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Volto come precarietà estrema dell’altro. Pace come risveglio alla precarietà dell’altro.
C’è un’estrema dirittura del volto nella sua espressione, assegnazione e domanda che concernono l’io, che mi concernono. Questa estrema dirittura è il suo diritto su di me.
La domanda che mi concerne come io è la circostanza concreta in cui questo diritto significa. Come se la morte invisibile alla quale fa fronte il volto d’altri fosse affar mio, come se questa morte mi riguardasse. In questo richiamo alla responsabilità dell’io ad opera del volto che lo domanda e reclama, l'altro è il prossimo. [...]
Il volto dell’altro, nella sua precarietà e nel suo senza-difesa, è per me al contempo la tentazione di uccidere e l’appello alla pace, il “Tu non ucciderai”. Volto che mi accusa, mi sospetta, ma già mi reclama e domanda. Il diritto dell’uomo è qui, in questa dirittura d’esposizione e di comando e d’assegnazione, diritto più vecchio di ogni merito.
La prossimità del prossimo – la pace della prossimità – è la responsabilità dell’io per un altro, l’impossibilità di lasciarlo solo di fronte alla morte. Che è, concretamente, la capacità di morire per l’altro. La pace con altri giunge fino a questo punto. È tutta la gravità dell’amore del prossimo, dell’amore senza concupiscenza.
Pace dell’amore del prossimo in cui non si tratta, come nella pace del puro riposo, di confermarsi nella propria identità, la sua illimitata libertà e la sua potenza.
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Emmanuel Levinas, Alterità e trascendenza
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